Chiedersi che ne è oggi del movimento teatrale, dopo che i tagli ministeriali hanno confermato la volontà politica di normalizzare e di mettere “a regime” il paesaggio artistico della scena nazionale, significa anche riconnettere il presente al passato di quello che negli anni 60 è stato definito “nuovo teatro”. Abbiamo scelto Giuliano Scabia come figura esemplare e sorgiva di questa connessione, il primo artista della scena a teorizzare e soprattutto a praticare la necessità di portare il teatro fuori dai suoi limiti istituzionali, per “entrare nella vita” delle fabbriche, delle periferie urbane e rurali, degli allora manicomi, ovunque si trattasse di sanare una ferita non solo sociale ma espressiva e di ricucire legami comunitari spezzati. E in questo senso il primo a essere tradito e abbandonato dalle istituzioni di ogni tipo, politiche, amministrative, culturali. Nel ritrovare i passi perduti della sua presenza poetica non vogliamo indulgere in alcuna nostalgia o archeologia delle forme di un sapere a un tempo unico e plurale come quello teatrale, ma al contrario rispondere all’urgenza di una discussione stringente e attuale sui rischi e sulle prospettive della scena contemporanea performativa nel quadro di una crisi che travolge i fondamenti di una cultura – e di una politica – molto più ampia, per non dire epocale. A questo dibattito abbiamo invitato diverse componenti della comunità teatrale: operatori e operatrici, artiste e artisti, collettivi di direzione di festival.
Hanno confermato la partecipazione: Massimiliano Civica, Alessandra Ferraro, Raimondo Guarino, Silvia Rampelli, Valentina Valentini in collegamento Silvia Calderoni, Ilenia Caleo




