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SUMMARY:CLOWN • SCHNAPSIDEE
DESCRIPTION:RESTITUZIONE DELLA RESIDENZA\nIl progetto è tutt’ora nelle sue prime fasi realizzative\, ma la natura del lavoro ci invita a condividere con il pubblico un’imbastitura dei primissimi momenti di spettacolo\, qui ancora in forma sperimentale. Al termine della prova è previsto un incontro con il pubblico. \nCLOWN • SCHNAPSIDEE è una spirale nelle memorie e nelle emozioni di Hans\, che ha il retrogusto acido di un’ostentata depressione – in cui lui ammolla come in vasca: con la radio accesa\, una tazza di caffè\, tra l’acqua tiepida e le bolle di sapone.\nÈ una discesa al fondo della disillusione: quando non si stringe più niente e tutto pare evaporare\, quando anche l’ultima moneta cade nel fango\, quando il disprezzo per l’ipocrisia che ci circonda si fa insopportabile e ci si slancia in un’accusa goffa – presi da una immotivata sicurezza in sé. Con irriverenza incerta\, sgangherata\, oscillando tra sciatteria\, alcolismo e auto commiserazione.\nÈ un – ancora più giù\, ancora più giù e sempre più in basso. Il fallimento abbracciato come rivolta incidentale: << sotto il livello del marciapiede\, c’è sempre la fogna >>. Il grido spezzato\, o forse buffo\, di un fantasma pallido con il naso rosso: scruta nel cuore e ci conficca dentro la sua ultima confessione\, prima di svanire tra la folla\, o dietro il sipario. \nHans – un Clown\, barcolla perennemente nella sua Weltanschauung\, tra l’ironico e la malinconia\, tra il lucido e lo spaesato: come se dovesse continuamente attingere dal suo repertorio artistico per vivere. Ha il capo fasciato grossolanamente\, vittima di mal di testa cronico. È circondato da una quantità esosa di lattine in alluminio dalle quali beve\, le svuota\, le accartoccia\, le lancia via. È trascurato: un paio di scarpe rotte\, due reggicalze\, la bocca ancora truccata\, il cerone inizia a screpolarsi sul viso: << andai a letto senza neppure togliermi il trucco di volto >>. \nIn una cultura incentrata sull’exploit\, sul funambolismo sociale e sulla morale usa e getta\, l’insensatezza delle scelte del Clown – la loro contro produttività e testardo rigore – rappresentano un moto di possibile sovversione.\nNella sua marginalizzazione il Clown – pedissequamente accusato di indossare una maschera e di vivere una recita costante (sul palco e nella vita)\, finisce per diventare l’unico\, puro e alieno testimone di una società incancrenita nelle proprie dinamiche\, una cultura omertosa piagata da una sistematica stigmatizzazione e incasellata in binari secondo i quali è dovuto agire per farsi accettare ed essere inclusi. \nLa sua ferita è la ferita di un’umanità che con indifferenza scavalca il proprio orrore\, la propria sopraffazione. Per Hans questo superamento non è possibile: lui rimane intrappolato nel trauma e nella frammentarietà. Il simulacro del fallimento umano è la scomparsa prematura della sorella\, mandata a morire a difesa di un’ideologia tritacarne e brutale. \nIl progetto si presenta come un esuberante incendio di segni (dalla pantomima alle diapositive\, dal film in pellicola alle audiocassette\, dal sovra stimolo sonoro all’ipertrofia testuale) che mira a convocare in scena l’avvilimento di Hans accentuando il suo isolamento.\nLo spazio scenico è l’archivio emotivo\, la cabina di pilotaggio dalla quale accedere ai ricordi\, scandagliarli\, riordinarli in cerca di una serie di risposte a questioni insolvibili. Il pavimento dello spazio è un tappeto bullonato di gomma\, all’interno del riquadro si trovano tutti i marchingegni con i quali il Clown rielabora la propria storia: mangianastri\, proiettore per diapositive\, schermi da proiezione\, proiettore cinematografico 16mm\, un armadietto liso\, la scatola di un vecchio gioco da tavolo. \nIl proiettore per diapositive è la principale espressione della dissociazione della memoria. L’accavallarsi dei ricordi culmina con la proiezione di un filmato in 16mm.\nLa drammaturgia sonora è il campionamento e la rielaborazione delle materie in scena: il proiettore\, il nastro\, la pellicola\, le lattine\, le suole delle scarpe da tip tap. \nUn’altra componente fondante del lavoro sono i dialoghi telefonici che Hans riascolta in scena tramite un mangianastri.\nCome in un loop ossessivo\, ogni elemento rievoca il precedente e lo riscrive: la pellicola proietta il ricordo\, il suono campiona la pellicola\, il gesto si innesta al suono. Tutto si ripete\, si consuma e si rigenera. È un macchinario che si autoalimenta: camera di memoria\, camera di risonanza\, cellula viva della ricorsività.
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LOCATION:Spazio Rossellini\, Via della Vasca Navale\, 58\, Roma\, 00146\, Italy
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