“Non mi mancherà ballare su tavole pungenti, abbandonate al gelo nelle settimane destinate a panettoni e prosecchi… i miei piedi chiedono tepore e rifiutano la spugna.
Non mi mancheranno le pareti tinteggiate di verde… il mio occhio è sempre alla ricerca di un orizzonte modesto.
Non mi mancheranno gli specchi, le casse gracidanti, i bagni senza il bidet.
Mi mancherà tutto ma mi aggiusterò perché niente possa mancare”
(dal Diario di M.)
In un assolato pomeriggio di novembre una danzatrice affitta la sala prove per ballare un’ultima volta. Gli spettatori assistono ai 90 minuti che precedono la fine senza conoscere i motivi dell’imminente sparizione. Il loro sguardo è invitato a indugiare su una serie di comportamenti apparentemente non straordinari: brevi allenamenti, gesti scaramantici, beauty routine, messaggi vocali inviati agli amici. Accanto agli scaldamuscoli e alle creme all’arnica, la danza sembra sempre pronta a manifestarsi, promettendo ogni volta di essere l’ultima.
Catalogo è un allenamento al commiato, una dissertazione in forma di performance sul desiderio di resistere sulla scena unicamente attraverso un perpetuarsi di addii. Catalogo è anche un esperimento di autorialità condivisa: al suo interno si succedono frammenti coreografici commissionati ad artisti della scena performativa internazionale – una serie di balli di congedo da sfogliare come le pagine di un libro d’arte. Catalogo è infine un progetto destinato a cambiare forma e struttura nel tempo. Chi deciderà di attardarsi oltre i titoli di coda sarà complice di un tentativo estremo di rimandare la fine – come accade in quelle serate tra amici che sembrano avviarsi ai saluti, finché qualcuno non trova il pretesto per un’ultima sigaretta, un ultimo bicchiere, un ultimo aneddoto. Il danzatore balla fino a quando qualcuno lo invita, e ogni invito a continuare è un’occasione per ammirare tutto lo spazio disponibile prima del buio.



