La città dei vivi

Biglietto intero online: 14.50 € + d.p.
Biglietto intero al botteghino: 15,00 €
Biglietto ridotto al botteghino (under 18 e over 65): 15,00 €

Biglietteria e bar aperti da un’ora prima dello spettacolo.
Parcheggio gratuito e custodito fino ad esaurimento posti.
L’ingresso del parcheggio è in via della Vasca Navale 70.

La città dei vivi

nell’ambito della rassegna A Roma, a Roma! 2026

durata 110′
liberamente tratto dal romanzo di Nicola Lagioia

regia, video e drammaturgia Ivonne Capece
interpreti Sergio Leone, Daniele Di Pietro, Ian Gualdani, Cristian Zandonella
scene Rosita Vallefuoco
costumi e concept visivo Micol Vighi
sound designer Simone Arganini
prodotto da Elsinor Centro di Produzione Teatrale, TPE Teatro Piemonte Europa, Teatri di Bari, Fondazione Teatro di Napoli, Teatro di Sardegna

Un delitto brutale scuote Roma: due giovani sotto sostanze stupefacenti torturano e uccidono un coetaneo in un appartamento, senza apparente motivo. Questo fatto di cronaca realmente accaduto diventa metafora per scavare nel buio delle nostre coscienze. La prima produzione Elsinor 2025 è uno spettacolo struggente con attori reali e semi olografici sul rapporto genitori-figli, sulla bellezza e la violenza, che scuote in modo profondo e pone interrogativi: quanto sappiamo di non sapere sulle vite di coloro che amiamo? Perché diciamo sempre “Ti prego, fa’ che non accada a me” e mai “Ti prego, fa’ che non sia io a farlo”?

Un caso di cronaca nera tra i più angoscianti degli ultimi anni diventa materia teatrale. Un delitto assurdo e brutale scuote Roma nel cuore della notte: due giovani insospettabili torturano e uccidono un coetaneo senza un motivo apparente. Lo spettacolo La città dei vivi porta in scena la discesa in un inferno che appartiene non solo ai protagonisti, ma a un’intera società. Liberamente tratto dall’inchiesta narrativa di Nicola Lagioia, affronta il male nella sua forma più disarmante: quella che si nasconde dietro volti normali, in vite comuni. Attraverso una drammaturgia tesa, ibrida tra racconto e confessione, il teatro diventa lo spazio dove guardare l’indicibile. Roma, presenza viva e ambigua, è insieme scenario e protagonista: una città che ammalia e consuma, che attrae e abbandona, viva, tentacolare, oscura. Una città che pulsa di desideri, illusioni, fallimenti. I personaggi si muovono dentro una spirale di fascinazione e repulsione, mentre il pubblico è chiamato a guardare dove normalmente si distoglie lo sguardo.

La città dei vivi bestseller mondiale di Nicola Lagioia, nuova creazione della regista e digital artist Ivonne Capece interroga il confine tra narrazione e realtà, esigenza artistica e ossessione esistenziale. Non è la cronaca di un delitto, ma il riflesso di un’autopsia interiore, in cui l’artista si espone al vortice emotivo che lo lega alla sua città e al suo stesso impulso di raccontare. Roma, con il suo caos, l’indifferenza e la magnificenza, non è uno sfondo ma una forza che modella il dolore e la scrittura. Fare arte significa misurarsi con un abisso, senza la certezza di uscirne indenni.

AVVERTENZA
Lo spettacolo “La città dei vivi“ è un’opera di finzione, seppur liberamente ispirato ad un romanzo che tratta vicende di cronaca note al pubblico.
Esso non ha finalità informative, documentaristiche o giornalistiche, né intende rappresentare fedelmente fatti, persone o responsabilità realmente accertate. Al contrario, si configura come opera artistica, espressione del diritto alla libertà creativa, finalizzata all’esplorazione di temi universali attraverso strumenti propri della scena: la metafora, l’iperbole, la trasfigurazione simbolica, l’immaginario.
Eventuali riferimenti a nomi, situazioni o dinamiche riconoscibili sono frutto di elaborazione drammaturgica e non devono essere intesi come affermazioni veritiere o ricostruzioni attendibili dei fatti. L’opera non mira ad informare né a fornire verità, ma a stimolare una riflessione artistica e umana.
In nessun caso la rappresentazione va intesa come accusa, insinuazione o giudizio reale nei confronti di soggetti eventualmente riconoscibili. Ogni elemento narrativo mira a manipolare la vicenda specifica per raccontare una storia universale, proposta in chiave poetica, simbolica e provocatoria.

Note di regia
Lo spettacolo non è un true crime, ma, al contrario, ne rappresenta l’antitesi.
Ho scelto di non concentrarmi sui dettagli del caso di cronaca — pur centrali nel libro — per indagare invece gli aspetti più universali ed esistenziali che emergono dalla trama.
Nel suo romanzo, Nicola Lagioia pone al centro non solo la vicenda, ma anche la città di Roma, che diventa una grande metafora dell’umanità.
Anche per questo, in scena non vengono mai pronunciati nomi propri: i personaggi assumono il valore di archetipi, figure che incarnano diverse sfumature della condizione umana.
C’è il mistero della violenza, quel paradosso intrinseco all’essere umano, capace di scolpire il Mosè di Michelangelo ma anche di distruggerlo a martellate, riducendolo in polvere da sniffare.
È il contrasto fra la grandezza creativa e la brutalità distruttiva dell’uomo, un dualismo ineludibile che percorre l’intera messinscena.
C’è poi chi invece osserva la violenza dall’esterno: il testimone, l’artista, colui che tenta di rappresentarla.
Qui si apre il tema della responsabilità dell’arte e dell’artista di fronte al male.
Il protagonista simbolico dello spettacolo è infatti lo scrittore-artista, alter ego di Lagioia, interpretato da Sergio Leone: una figura che incarna la tensione tra la necessità di indagare la violenza e la crisi morale di chi, attraverso la cultura, prova a darne forma.
In scena, gli attori dal vivo convivono con un universo multimediale di figure semi-olografiche, proiettate a grandezza naturale, che contribuiscono a creare un’atmosfera spettrale e onirica.
L’uso delle tecnologie sonore e visive diventa così una vera e propria cifra espressiva: la multimedialità rappresenta il mondo esterno, quello dei social, dei giornali, degli amici e dei conoscenti.
È la violenza collettiva della società che irrompe nel privato doloroso dei protagonisti, un privato ormai inevitabilmente pubblico.
L’atmosfera è claustrofobica, ma non solo sul piano fisico: il vero spazio della rappresentazione è mentale e onirico.
Ciò che attraversiamo in scena sono le inquietudini interiori dello scrittore, il suo viaggio nella mente mentre tenta di dare forma al caos.
L’appartamento in cui ci troviamo è la stanza dell’artista, ma anche il cuore della vicenda reale: un microcosmo privato che, dopo il crimine, è stato invaso dal mondo intero.
Roma diventa così contenitore e generatore di violenza, specchio del sistema umano.
Lo spettacolo, come accade nel romanzo, si apre con una traduzione visiva dell’incipit, dove Lagioia cita Andreotti: non attribuiamo i guai di roma agli eccessi di popolazione, quando i romani erano soltanto due, uno uccise l’altro. Ho restituito questa frase con l’immagine mitica dell’allattamento di Romolo e Remo: qui però i due “criminali” sono nutriti da una lupa maschio — immagine che evoca il ciclo della violenza che genera violenza, il sistema patriarcale in cui la brutalità si tramanda di padre in figlio. Infine, è centrale l’assenza del femminile, tema già presente nel romanzo e ulteriormente amplificato dalla regia: un’assenza che diventa eco silenziosa, ferita e mancanza, dentro un mondo dominato dalla voce maschile del potere e della violenza.
Ivonne Capece